Noi siamo con De Magistris...
Riportiamo di seguito l'intervista che il giornalista Carlo Vulpio ha realizzato oggi per il Corriere della Sera.
Non è abbattuto. Non è prostrato. Ma «questa pugnalata alle spalle»
Luigi de Magistris, professione pm, non se l'aspettava. Il «pugnalatore
» si chiama Dolcino Favi, un avvocato generale dello Stato che da
gennaio 2007 fa il procuratore generale reggente a Catanzaro. Favi ha
avocato a sé l'inchiesta Why not, quella in cui sono indagati il
presidente del Consiglio, Romano Prodi (abuso d'ufficio), il ministro
della Giustizia Clemente Mastella (abuso d'ufficio, finanziamento
illecito ai partiti, truffa all'Unione europea e allo Stato italiano) e
una schiera di politici, affaristi, militari, magistrati, massoni.
Allora, dottor de Magistris, c'è una strategia in ciò che sta accadendo?
«È evidente. C'è una strategia in atto. Una strategia ben nota all'Italia. Si chiama strategia della tensione».
Come fa a dirlo?
«Le
intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di
trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l'avocazione di
un'altra mia indagine e la fuga di notizie sull'iscrizione del ministro
tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente
raffinata».
Quale manina?
«Poteri occulti.
Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non
solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo
fondamentale L'ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto
segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il
dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto
soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato
di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche
l'inchiesta Toghe lucane. Finora non c'è riuscito, ma non è detto che
non abbia già pensato di concludere il lavoro ».
Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo?
«Perché
con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura
fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge,
i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio.
E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al
suo posto e non si immischi, perché rischia ».
Lei rischia?
«Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini».
Cosa si rischia?
«Dopo un'avocazione di un'inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo».
Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse?
«Ma
quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico
diverso, non c'è il terreno di coltura dell'ideologismo fanatico degli
anni '70 e c'è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c'è
il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle
terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla
collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato,
che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi
cercano di riprodurre quel clima».
Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario?
«La
parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza
precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla
mi è stato notificato. L'ho appreso dall'Ansa. No, non mi pare ci siano
più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo
come punto di riferimento l'articolo 3 della Costituzione (principio di
uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».
Da quand'è che si trova sotto tiro?
«Da
quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da
allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi
è solo l'ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto
che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"».
La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento.
«Falso.
Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva
essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di
trasferimento, che appunto è da considerarsi un'attività esterna. La
domanda da fare è un'altra».
La faccia.
«Mi chiedo:
chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell'iscrizione di
Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè
che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi
sulle associazioni segrete? ».
E che cosa si risponde?
«Che
è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che
prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia
dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che
fare?».
In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate?
«Non
ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a
un'auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi
nemmeno fuori Catanzaro».
E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica? «Come
no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto
Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti
relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po' mi
inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali
responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli
autori dell'attività di contrasto nei miei confronti all'interno
dell'ufficio giudiziario».
Allora è vero che quella di Catanzaro è un'altra «procura dei veleni»?
«No.
Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma
quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C'è nei miei
confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una
precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini
e svolta da parte di ben individuati soggetti».
Cosa pensa della telefonata dell'altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»?
«Non
parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non
l'accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa?
«Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati
dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave.
E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che
mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al
bersaglio ».
Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm?
«Sì.
Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora
intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell'autonomia e
indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in
Calabria».
Carlo Vulpio
21 ottobre 2007